L’Italia e la sfida dello sviluppo sostenibile nel Rapporto Asvis 2018

Team Comunicazione
04-10-2018

Non ci siamo. Guardando ai dati disponibili e alle azioni concrete assunte negli ultimi tre anni, comincia a diventare evidente che difficilmente il mondo, l’Europa e l’Italia rispetteranno gli impegni presi solennemente il 25 settembre del 2015, con la firma dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Si apre così il Rapporto 2018 dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) presentato oggi in mattinata alla Camera dei Deputati.

Il documento riesamina annualmente, e da cima a fondo, il percorso dell’Italia nell’attuazione dell’Agenda 2030 dell’ONU, firmata da 193 Paesi il 25 settembre 2015: in che modo si performa nei vari aspetti previsti dall’Agenda, in che modo vengono fatte le proposte economiche, sociali e ambientali, in che modo vengono raggiunti i risultati. Per il terzo anno, però, il nostro Paese si dimostra in ritardo rispetto agli altri e non si può essere certi che raggiungerà, entro il 2030, i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs nell’acronimo inglese) decisi nel 2015.

Nonostante la mobilitazione dal basso da parte di realtà culturali ed educative, i ritardi politici italiani sussistono e rallentano il Paese. Secondo gli ultimi dati disponibili, l’Italia mostra segni di miglioramento in otto aree: alimentazione e agricoltura sostenibile, salute, educazione, uguaglianza di genere, innovazione, modelli sostenibili di produzione e di consumo, lotta al cambiamento climatico, cooperazione internazionale. Tuttavia, per quanto riguarda l’Obiettivo 5 (Raggiungere l’uguaglianza di genere e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze), il miglioramento ha subito un rallentamento. Il Rapporto comunica infatti che “dopo il forte aumento registrato fino al 2015, si rileva una flessione nel 2016 spiegata dalla diminuzione del rapporto tra i tassi di occupazione delle donne con figli in età prescolare e delle donne senza figli, e dalla netta diminuzione della partecipazione delle donne negli organi decisionali, un dato (13,3%) ancora ben al di sotto della media europea (23,9%)”.

 

Per cinque aree, invece, la situazione peggiora sensibilmente: povertà, condizione economica e occupazionale, disuguaglianze, condizioni delle città ed ecosistema terrestre, mentre per le restanti quattro (acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari e qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide) la condizione appare sostanzialmente invariata.

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