Donne e denaro: parlarne fa bene

In molte culture, come quella italiana, il denaro è da sempre appannaggio maschile: gli uomini perseguono la ricchezza per ottenere prestigio, sicurezza e potere, mentre le donne – sin da piccole – vengono educate a discutere del tema con discrezione. Eppure, “parlare di soldi” è fondamentale, tanto più in una società capitalistica come quella attuale, basata sulla produzione e sull’uso del denaro. A far luce sull’importanza della relazione con i soldi e sulle conseguenze economiche del gender gap è Azzurra Rinaldi, economista femminista e direttrice della School of Gender Economics dell’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza, con il suo libro “Le signore non parlano di soldi. Quanto ci costa la disparità di genere?”, pubblicato lo scorso febbraio da Fabbri editore.

 

Denaro, potere, libertà

 

Per le donne, maturare consapevolezza finanziaria e conoscere il proprio valore economico è indispensabile per acquisire potere – un potere utile per relazionarsi con le altre persone e compiere scelte liberamente.

ll tema del denaro è, infatti, strettamente legato a quello della libertà: come riportato da Claudia Manzi, Professoressa Ordinaria di Psicologia Sociale, UCSC, esperta di stereotipi e processi identitari, in Italia, solo una donna su tre possiede una fonte di reddito personale e solo una donna su venti ha una fonte di reddito integrativa. In tema di investimenti, inoltre, solo il 26% delle donne dimostra autonomia decisionale, mentre il 79% tende a condividere le scelte con il partner. A pesare sono principalmente fattori socio-culturali, che alimentano le disparità esistenti compromettendo il rapporto delle donne con i soldi.

Da questo punto di vista, l’indipendenza economica, oltre ad essere un fonte di emancipazione femminile, è anche uno strumento di contrasto alla violenza sulle donne, a partire dalla più subdola – quella economica – che punta a mantenere il controllo della donna, isolandola e privandola della possibilità di trovare una concreta via d’uscita.

 

Stereotipi e tabù

 

Secondo la ricerca “Donne e denaro: una sfida per l’inclusione” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore  e Banca Widiba, gli stereotipi di genere che ostacolano il coinvolgimento femminile nelle questioni finanziarie riguardano principalmente la gestione del denaro: in base alle credenze stereotipiche più diffuse, le donne avrebbero il compito di occuparsi delle spese quotidiane, mentre gli uomini quello della gestione dei grandi patrimoni e degli investimenti.

Queste stesse credenze influiscono anche sulle motivazioni che spingono uomini e donne verso il guadagno: se per i primi il denaro rappresenta la spinta per raggiungere prestigio sociale e successo, per le seconde è principalmente un mezzo con cui prendersi cura degli altri e, solo in parte, acquisire autonomia e indipendenza.

Lo studio dimostra come le donne abbiano una concezione ambivalente del denaro: da una parte lo considerano una potenziale risorsa, dall’altro una fonte di rischio. Per questo, non sentendosi adeguatamente preparate, si autoescludono dai mercati finanziari, senza cercare di rafforzare le proprie competenze sul tema.

Ad aggravare il difficile rapporto con i soldi è la presenza di tabù legati al tema, determinati principalmente da fattori educativi, che impongono alle donne una certa discrezione nel parlare della propria situazione finanziaria. Non a caso, le stesse mostrano una minore propensione a voler parlare apertamente di denaro in pubblico.

 

 

“Le signore non parlano di soldi”: o forse sì?

 

Copertina libro "Le signore non parlano di soldi" di Azzurra Rinaldi 

Eppure, per le donne, discutere di denaro è il primo passo per rompere i tabù, per migliorare le proprie competenze e la propria autoefficacia. A dirlo è Azzurra Rinaldi, economista femminista e direttrice della School of Gender Economics dell’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza, nel suo libro “Le signore non parlano di soldi. Quanto ci costa la disparità di genere?”, un saggio ricco di dati, approfondimenti e ragionamenti che aiutano a spiegare quanto il gender gap sia nocivo non solo per le donne ma per l’intero sistema. Quando le donne non lavorano, infatti, è la collettività a risentirne: all’interno delle famiglie la produzione di ricchezza diminuisce, così come la natalità. Diversamente, quando le donne sono impiegate in un’attività, una parte della ricchezza da loro prodotta viene prelevata dallo Stato per contribuire al benessere di tutta la popolazione.

Tanti i temi chiave – e i loro risvolti economici – affrontati nel libro: la cura, uno dei settori più penalizzati dalle disparità di genere (a livello mondiale, il 75% delle attività di cura non retribuite è sulle spalle delle donne); il capitalismo e la decostruzione dell’homo oeconomicus; la rappresentanza, la violenza economica, la sorellanza. Rinaldi sottolinea quanto sia importante ribaltare il luogo comune delle “donne peggiori nemiche delle donne” e incoraggiare queste ultime a fare rete. Per l’economista, infatti, le donne sono “maestre di sorellanza” e le volte in cui riescono ad arrivare ai vertici chiamano con sé altre donne, così come fanno gli uomini.

Con una scrittura leggera, che strizza l’occhio alla narrativa senza rinunciare al rigore dei dati, Rinaldi analizza i vari ambiti in cui si creano sacche di diseguaglianza di genere, con l’intento di diffondere consapevolezza sul tema e provare che le disparità – a partire da quelle che interessano il capitale umano femminile – non sono solo ingiuste, ma anche dannose e che contrastarle equivale a liberare donne e uomini da schemi in cui non si sentono rappresentati. Per questo, in apertura, definisce il suo libro “un libro femminista”, che invita tutti e tutte a “guardarsi davvero, a condividere gli obiettivi” per costruire insieme un sistema più giusto e più equo.

 

Sommario

Cura

Capitalismo e patriarcato

Sorellanza

Violenza economica

Rappresentanza

Denaro

In Italia

La disuguaglianza di genere non ci conviene

 

L’autrice

Azzurra Rinaldi è un’economista femminista. Direttrice della School of Gender Economics all’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza, dove insegna Economia politica, è attivista dei diritti delle donne e co-fondatrice di Equonomics e dei movimenti Il Giusto Mezzo e #DateciVoce.

Articoli correlati