Atlete italiane: campionesse forzate al dilettantismo

Team Comunicazione
05-07-2018

La partecipazione delle donne nello sport ha una lunga storia. È una storia contrassegnata da divisioni e discriminazioni, ma anche da importanti conquiste e progressi per l'empowerment e l'uguaglianza di genere. In Italia, Maria-Teresa de Filippis fu la prima donna a gareggiare in un Gran Premio d'Europa nel 1958, Lea Pericoli fu la protagonista del tennis femminile fino al 1975 vincendo fino a 27 titoli italiani in carriera.

Le donne per anni hanno praticato sport nel nostro Paese, per anni hanno accumulato trofei e forgiato alleanze, per anni sono state silenziose protagoniste di rivoluzioni sportive e oggi le istituzioni e i media si stanno finalmente scaldando sulla questione.

A marzo 2018, Il Sole 24 Ore e Alley Oop hanno presentato l'ebook “Donne di sport”: dodici donne, dodici atlete, dodici storie di vita. Il sottotitolo della raccolta recita “Storie di passioni, muscoli e pensieri d’acciaio”. Di queste 12 storie potremmo parlarvi per ore, così come potremmo raccontarvi a lungo di tutte le altre. Dalla tripletta d'oro al femminile ai Giochi invernali con Sofia Goggia, Arianna Fontana, Michela Moioli, alla vittoria alla staffetta 4x400 di Raphaela Lukudo, Maria Benedicta Chigbolu, Libania Grenot e Ayomide Folorunso a Terragona. E poi lo sci di Denise Karbon, i calci di Patrizia Panico, i rovesci di Francesca Schiavone, i tuffi dei Tania Cagnotto, la ginnastica ritmica, che è campione del mondo. E Federica Pellegrini, che è stata la prima italiana ad aver vinto l’oro nei Giochi Olimpici a Pechino 10 anni fa. Poi ne ha vinti altri quattro, di titoli mondiali, così come ha battuto vari record nel nuoto in più di una specialità.

La loro carriera è tutta in salita, ma per lo Stato italiano queste sportive sono tutte ancora dilettanti.

Costrette a fare i conti con la legge 91/1981 sul professionismo sportivo, indipendentemente dal livello agonistico, dai premi ottenuti, e nonostante il fatto che l’attività sportiva sia la loro fonte di reddito principale, le atlete italiane sono definite dall’ordinamento nazionale semplicemente "dilettanti”. Ovvero sia: praticano lo sport per diletto. Secondo questa legge, infatti, esclusivamente chi pratica calcio, golf, pallacanestro, motociclismo, pugilato e ciclismo viene riconosciuto lo status di “sportivo professionista” e non più “dilettante”. Ma è uno status che interessa solo gli uomini, in quanto la categoria femminile, per quegli sport, non esiste.

Una discriminazione forzata, che nega alle atlete l’accesso alla legge Statale che regola i rapporti con le società, con la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, il trattamento pensionistico.

«Oggi le atlete donne che fanno dello sport il loro lavoro si vedono costrette a gareggiare per il nostro Paese da dilettanti, con tutti i problemi che ciò comporta» aveva spiega a Wired Valentina Vezzali, tre volte campionessa olimpica di fioretto femminile, «dal percepire un compenso economico inferiore al 30% rispetto agli uomini che praticano la stessa disciplina, nessuna tutela e garanzia contrattuale e previdenziale. Altra discriminazione si ha anche perché lo sport femminile ha meno pubblico e quindi meno mercato».

Nei cassetti del Governo, in realtà, c’è da tempo la proposta di modificare la legge 91/1981, ma non è mai stato portata avanti. Verrebbe da chiedersi, allora, se il pregiudizio per cui le donne nello sport non riescono ad arrivare ai vertici a causa delle loro inclinazioni naturali, non dipenda in realtà proprio dai regolamenti che lo impediscono. Eppure, come raccontavamo la scorsa settimana, l’industria sportiva ha un ruolo di rilievo per la nostra economia che viene portata avanti anche da 1 milione e 800 mila di tesserate donne, ossia il 45% del totale.

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