Una poltrona per poche

Luisa Grion - La Repubblica
12/01/2018

La legge sulla parità di genere in azienda Il dossier. Le quote rosa hanno aumentato la presenza femminile nei CdA ma spesso i ruoli sono solo di controllo

Sono entrate nei luoghi del potere grazie ad un obbligo imposto dalla legge. E la legge ha funzionato perché solo dieci anni fa, di donne ai vertici dei consigli di amministrazione e controllo delle grandi aziende se ne vedevano veramente poche, il 5,9% appena.

Oggi l’asticella è posta a quota 33,6%: il balzo è stato notevole, ma lo squilibrio continua. Sia in termini quantitativi, che qualitativi.

Nel 2011 la legge sull’equilibrio di genere nelle società quotate e a maggioranza pubblica voluta bipartisan da Lella Golfo e Alessia Mosca (ai tempi Pdl e Pd) ha imposto infatti un balzo netto alla presenza femminile nelle stanze del potere economico, prevedendo che entro tre mandati dall’entrata in vigore i CdA delle aziende fossero composti almeno per un terzo da donne. Obiettivo raggiunto prima del tempo, perché la legge è a durata temporanea – “scade” nel 2022 – ma già oggi le donne sono al 33,6%. Bel risultato, se non fosse che anche quelle che ce l’hanno fatta non occupano quasi mai posti di primissima fila ai tavoli del potere economico. E pur se sono al top guadagnano mediamente meno rispetto ad un collega maschio di identico livello. Quel 33,6% è composto infatti in grande maggioranza (75,6%) da ruoli di consigliere indipendente o di minoranza, cariche importanti, ma deputate più al controllo e alla vigilanza che al “potere” vero. Il potere vero, quello attribuito alla poltrona di amministratore delegato, è riservato – secondo gli ultimi dati CONSOB che fotografano la situazione della Borsa Italiana alla fine dello scorso giugno – solo a 17 donne (erano 13 nel 2013) e rappresentano il 2,2% appena degli in carichi femminili. Meglio quanto a presidenza nei consigli di amministrazione: nello stesso periodo la quota femminile è quasi triplicata: cinque anni fa erano 10, oggi sono ben 27 (3,6%).

Insomma, visto che proprio si deve fare, le donne vanno bene quando si tratta di controllare, ma per i posti di comando non ci siamo ancora. E ancor meno ci siamo sui compensi: uno studio di Mediobanca, prendendo in analisi le aziende quotate in Borsa dal livello medio-piccolo in su, conclude che se il 30% degli uomini incassa più di 100 mila euro, lo stesso tetto è concesso al 17% delle donne appena. Alzando il tiro, la quota crolla: sopra i 200 mila euro annui troviamo il 23% degli uomini e solo il 5,4% delle donne. Non bastasse, alle poltrone più alte arrivano poche persone, sempre le stesse: aumentano i ruoli, non i nomi.

Fra le donne, infatti, le interlocker (coloro che ricoprono più incarichi contemporaneamente) sono in netta crescita: se nel 2013 il fenomeno riguardava il 18% delle donne, nel 2015 – ultimo dato disponibile – era già arrivato al 30.

Lungi dall’essere sfondato, il tetto di cristallo quindi è ancora molto spesso e la legge che lo ha incrinato fra quattro anni smetterà di produrre effetti. In altri Paesi, come la Norvegia, le stesse norme sono considerate valide a tempo indeterminato, cosa succederà in Italia nel 2022? «Il pericolo che si possa tornare indietro è innegabile ammette Laura Donnini, AD della divisione italiana di HarperCollins – ma ora bisogna uscire dal tema “donne sì-donne no” e fare passi avanti. La soluzione potrebbe essere quella di introdurre nella disciplina della Borsa Italiana indicazioni precise in tale senso, necessarie in una azienda “smart” dove la presenza e la competenza di donne giovani e capaci fa la differenza».

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