Smart working e welfare

A cura di Valore D - Harvard Business Review Italia
29/01/2018

La rivoluzione digitale ha cambiato comportamenti, aspirazioni e bisogni delle persone che chiedono una nuova modalità di organizzazione del lavoro, più flessibile e orientata ai risultati piuttosto che alla presenza in ufficio. Smart working è sinonimo di flessibilità: le organizzazioni lo introducono perché consente di combinare al meglio i bisogni dei collaboratori con le esigenze di business; le persone lo utilizzano per avere maggiore autonomia nella gestione del proprio tempo e quindi perseguire un miglior bilanciamento tra vita privata e vita lavorativa. Un numero sempre maggiore di aziende sta implementando forme di lavoro flessibile, anche in ambiti precedentemente considerati poco adatti a questa modalità organizzativa. Oggi quindi lo smart working, anche grazie alle nuove disposizioni normative, è una realtà: sono circa 305.000 i lavoratori in Italia che praticano smart working e il fenomeno non è circoscritto solamente al settore privato, dove è più diffuso nelle imprese di grandi dimensioni, ma interessa, seppur in minima parte, anche i lavoratori della pubblica amministrazione che rappresentano il 17% degli smart worker complessivi. I benefici ottenibili per le aziende dall’introduzione dello smart working sono rilevanti e si possono misurare in termini di miglioramento dell’engagement e quindi della produttività, riduzione dell’assenteismo e riduzione dei costi per gli spazi fisici; per i lavoratori i benefici si misurano in termini di miglioramento del work-life balance, aumento della felicità personale intesa come soddisfazione e motivazione, e per l’ambiente in termini di riduzione delle emissioni di CO2 grazie alla diminuzione degli spostamenti. Le nuove frontiere dello smart working sono flessibilità oraria, organizzativa e di ruoli.

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