Evitare che lo smart working sfoci nel burn out è un dovere morale che dobbiamo a noi stesse

Elle
08/06/2020

Articolo di Carlotta Sisti

 

Ci sono parole che, dal 24 febbraio in poi, sono entrate con forza nella nostra vita: abbiamo familiarizzato con “lockdown”, “distanziamento sociale” e con “smart working”, ovvero il lavoro che, per sua stessa definizione, dovrebbe essere “veloce, brillante, intelligente”. La quarantena da coronavirus ci ha resi quasi tutti smart worker, ma dietro all’apparente levità del termine vivono sentimenti polarizzati tra odio e amore, specie nelle donne, catapultate in una re-immersione totale nella dimensione domestica. La fase 2 della ripartenza italiana, infatti, ha visto tornare al lavoro più di 4 milioni di cittadini, il 72 per cento dei quali uomini. Ed è qui che lo scenario si fa nebuloso e spinge a chiedersi se questo dato finirà per rendere, di nuovo, le donne caregiver, con bambini o anziani da accudire.

Ma che cosa pensano le italiane, poco avvezze allo smart working, di questa nuova modalità di lavoro? La ricerca #Iolavorodacasa, condotta da Valore D, associazione di imprese per l’equilibrio di genere, dice che le lavoratrici in smart working sembrano avere una forte tenuta emotiva: oltre il 60 per cento ha espresso sentimenti «positivi e di rinnovamento», mentre il restante 40 per cento dice di provare «ansia, rabbia e confusione».

Valore D, al netto di una maggioranza femminile contenta dello smart working, riporta tuttavia che una donna su tre lavora di più, contro un uomo su cinque. «Abbiamo raccolto», spiega Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D, «la voce di 1.300 lavoratori di tutti i livelli organizzativi. Come ci aspettavamo, le donne faticano a conciliare impegni professionali e domestici. Questo extreme working denuncia che in molti casi non c’è stata una redistribuzione dei carichi di lavoro in famiglia, particolarmente necessaria perché ci si ritrova senza aiuti in casa, siano colf, babysitter o badanti».

 

 

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