Donne, l’Italia non colma il gap

Maria Silvia Sacchi - Corriere L'Economia
24/07/2017

Evidente il distacco tra le multinazionali e le società che hanno proprietà tricolore. Le soluzioni di Bcg

Vero, molto è stato fatto. Vero, molto resta da fare. E per capirlo basta una tabellina: quella che vedete riportata in pagina. I due istogrammi a destra. Raccontano quella che è ancora l’arretratezza italiana e aggiungono timori a chi già li ha su quanto succederà quando la legge sulle quote di genere andrà a scadenza (e il momento si avvicina).

Mentre, infatti, nelle società multinazionali il numero di donne e di uomini quasi si equivale, e quindi si crea quel bacino di talenti da cui attingere per le posizioni apicali, nelle società che hanno la loro «testa» in Italia, i numeri sono completamente diversi: le donne sono un terzo del totale. Questo testimonia tre cose: 1) conferma che il tasso di occupazione femminile italiano è molto più basso della media internazionale; 2) che è radicata una cultura fortemente incentrata sul lavoro maschile; 3) che sono necessari meccanismi di misurazione per far sì che queste asimmetrie finalmente spariscano.

Rispetto al passato un elemento è cambiato: la possibilità di avere una famiglia. Se un’analisi di Corriere Economia, versione precedente de L’Economia del Corriere, nel 2009 metteva in evidenza la difficoltà di fare carriera e avere figli, l’indagine che Bcg ha svolto in collaborazione con Valore D, l’associazione delle imprese che promuovono la leadership femminile, segnala che le donne di oggi non rinunciano alla vita privata: oltre l’85% delle executive riesce a diventare madre di almeno un figlio, avendo ottenuto importanti riconoscimenti di carriera. È una conquista importante.

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