Battaglia sul salario, tra uomini e donne la corsa non è alla pari

Repubblica.it
09/01/2020

Articolo di Luisa Grion

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Un’analisi Eurostat che tiene conto del numero di ore lavorate sulla retribuzione mensile lorda (Gender gap adjusted) evidenzia che in Italia la differenza in busta paga fra uomo e donna è del 23,7% contro una media europea del 29,6%. Francesca Bettio – professoressa di Economia e Politica del lavoro dell’Università di Siena – fra le fondatrici di ‘In Genere’: “Il fatto che in Italia il tasso di occupazione femminile sia più basso rispetto alla media europea fa sì che nel loro complesso le donne italiane godano di una minore autonomia finanziaria“.

Le donne guadagnano meno degli uomini. Decisamente meno: la legge è uguale per tutti, i contratti pure, ma nel corso della loro vita lavorativa le carriere, le interruzioni, le scelte fatte o subite fanno sì che questa eguaglianza sia solo apparente. Un rapporto disuguale con il reddito e con l’indipendenza economica che le accompagna dall’infanzia alla pensione, da quando percepiscono la paghetta – nemmeno quella ahimè uguale a quella dei ragazzi – a quando smettono di lavorare. Se lavorano. Si chiama gender pay gap, la differenza che corre, a parità di mansione, fra lo stipendio di un uomo e quello di una donna. Riguarda non solo l’Italia, ma tutti i paesi del mondo e si misura sostanzialmente in tre modi. Da qualsiasi punto di vista si parta, però, il risultato non cambia: la busta paga delle donne, in media, è più leggera di quella dei colleghi.

“È il settore pubblico che fa guadagnare all’Italia un buon posto nella graduatoria “ dice Ulrike Sauerwald responsabile della ricerca per Valore D. “In Italia nel settore statale la presenza femminile è molto forte e il contratto presenta condizioni di genere eque, nel privato non è sempre così”. È più facile risultare equilibrati se i premi di produzione, per esempio, sono distribuiti a pioggia o se l’anzianità ha ancora un peso nelle carriere, se l’ingresso è per concorso e se non esiste in busta paga la voce “superminimo” (quel margine di manovra attribuito all’azienda nell’assegnare una quota di retribuzione aggiuntiva).

 

 

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